Guerre, autocrazie in ascesa e democrazie in crisi: percorsi di resistenza della società civile. Andres Lasso

MARESCA R-ESISTE

Nel titolo che accompagna la giornata di oggi ci sono due parole che collego al tema della fragilità del mondo in cui viviamo. La parola guerra e la parola crisi. Una crisi che non sembra riguardare solo le cosiddette democrazie ma un po' tutto il pianeta e si rivela come crisi geopolitica, crisi climatica, crisi finanziaria latente, crisi energetica. La guerra emerge da questo mondo in crisi come la risposta, tanto naturale quanto sbagliata, alla crisi.

In questo mondo in crisi distinguiamo a volte autocrazie e democrazie ma questa distinzione sembra sempre più labile.

Una autocrazia è tale se il potere resta concentrato a lungo in poche mani, se un ricambio della classe dirigente è molto complicato... questa è una caratteristica che troviamo spesso nelle nostre democrazie. Allora cosa rende tali le democrazie, il voto? Gran parte delle cosiddette autocrazie hanno il voto. Se con democrazia intendiamo ad esempio, tutela delle minoranze, separazione dei poteri prevista già da Montesquieu, ci troviamo con paesi come Israele, condiderata da molti “l'unica democrazia del medioriente”, che pratica l'apartheid come stabilito dalla corte internazionale di giustizia e denunciato da Amnesty. In cui il potere giudiziario non punisce né i criminali di guerra, né i torturatori nelle carceri, né i coloni illegali, né l'incitamento e l'adempimento del crimine di genocidio (dunque o il potere giudiziario non è granchè separato da quello esecutivo o è in gran parte connivente con esso). Eppure le nostre “democrazie”, salvo rare eccezioni non sembrano in grado di smarcarsi da quel paese che nel suo complesso commette crimini molto più vistosi di quelli commessi dalle autocrazie.

Dunque forse dovremmo dare una lettura un po' diversa. Un blocco geopolitico egemone, in crisi, e altri in ascesa.

Un impero fatto anche da regimi (però considerati amici) in crisi. In crisi da tanti punti di vista, compreso quello democratico etico e morale. E al contempo degli avversari dell'impero, in ascesa o comunque capaci di tenere testa all'ex egemone (e tra questo ci sono anche democrazie, pensiamo al Messico, al Brasile).

Nella nostra parte di mondo la crisi comprende anche la diplomazia. La diplomazia è uno spazio occupato da tutti tranne che da noi (Pakistan, emirati, Turchia) Questo perché la diplomazia è antitetica al bellicismo, visto oggi come la soluzione principe per risolvere le controversie internazionali al contrario di ciò che pensavano i padri costituenti. Ma è anche antitetica al vivere una situazione di alleanza a prescindere da ciò che l'alleato fa. Il tipo di alleanza all'interno della nostra parte di mondo è tale che l'alleato, per quanti crimini commetta, per quante guerre illegali faccia, per quanti genocidi commetta, resta comunque indiscutibilmente alleato.

Pensiamo al caso Groenlandia. Nemmeno quando l'alleato si propone esplicitamente di occupare del territorio sottraendo delle risorse ai propri teorici alleati usando la forza, si profila neanche lontanamente, nemmeno nel dibattito pubblico, una messa in discussione dell'alleanza. E allora le sue guerre diventano le nostre. E allora se siamo in guerra non si può essere arbitri. La ricerca della strada diplomatica ha spesso bisogno di un mediatore e quel mediatore non può mai essere qualcuno che appartiene alla nostra parte di mondo perché siamo sempre una parte belligerante. Nei Balcani come in Medio Oriente come nell'ex URSS.

 

Questo approccio belligerante fa parte ormai non solo dell'assetto politico ma ancor più di quello mediatico. La guerra è oggi anche, talvolta soprattutto, una guerra cognitiva. In cui i fatti che smentiscono la narrazione egemone vengono oscurati o minimizzati, i crimini dell'alleato provocano al massimo qualche trafiletto, quelli del nemico vengono amplificati e lanciati a reti unificate.

Se il missile USA che ha ucciso le bambine di Minab fosse stato lanciato da un nemico/avversario, avremmo probabilmente dedicato piazze a quelle giovani vite spezzate. Se il pediatra palestinese Abu Safya fosse stato preso in ostaggio e probabilmente sottoposto a torture ripetute, non da un paese alleato ma da un paese avversario, sarebbe ogni giorno su giornali. Se i droni che hanno


ucciso bambini e giovani a Starobelsk e nelle spiagge russe, non fossero stati di un nostro alleato ma dell'avversario, sarebbero stati la prima notizia dei tg.

La guerra cognitiva serva a far sembrare inevitabile ciò che non lo è, a fare solidarizzare con lo strumento bellico per la risoluzione dei conflitti. Come in un action movie Hollywoodiano, in cui lo scontro si gioca fra il bene e il male, sempre attraverso la forza e il giusto trionfa sempre sull'ingiusto grazie ad una dose di forza, coraggio e fortuna sempre superiori a quella del cattivo. E solo la definitiva fine del cattivo, generalmente dopo una lunga lotta in cui il buono esce comunque molto provato, esausto e ferito gravemente, c'è la pace, la possibilità per tutti di rilassarsi e tornare alla normalità.

La guerra, sia in Medio Oriente che in Ucraina che altrove, si nutre dell'idea che non si possa fare altrimenti. “Noi vorremmo tanto la pace purtroppo l'altro è cattivo, se facciamo diversamente ci annienta”. Ogni discorso diverso è propaganda del nemico, quinta colonna del nemico.

 

Ma se cerchiamo di fare una analisi seria, storico-scientifica, uscendo dalla “favola di Cappuccetto Rosso e del lupo cattivo” come la definiva papa Francesco, vediamo che spesso non siamo affatto così innocenti. Il mondo basato sulle regole era una finzione, ha detto il premier canadese Carney, ma era una finzione conveniente.

Nel mondo in declino, in bancarotta morale dopo un genocidio, anziché rafforzarsi lo spirito critico si fa strada il conformismo, non la costruzione di una alternativa ma il consolidamento dello status quo, uno status quo di guerra permanente e di crisi permanente. Il polacco Donald Tusk, riferendosi all'esplosione del North Stream ha detto che il problema non è stato farlo saltare in aria bensì costruirlo. Dietro questa frase non c'è una preoccupazione ambientalista, l'essere meno dipendenti da una fonte fossile quale il metano, c'è l'idea che non possa esserci una infrastruttura pacifica che collega “noi e loro”. Dietro questa frase c'è l'idea di una nuova cortina di ferro, più a Est della precedente, che debba essere eterna, anche quando il satrapo Putin non ci sarà più. Gli ingenui che hanno creduto di poter essere in buone relazioni, di qua e di là, come cantava il gruppo tedesco Scorpions che vedeva in quel “vento del cambiamento” del 1989 la possibilità di vivere “come fratelli” devono lasciare il passo ai realisti del riarmo e della guerra permenente.

 

 

In mezzo a questo mondo sempre più distopico, che percorsi di resistenza avviare? Percorsi che non siano solo testimonianza ma siano motori di cambiamento. Che non ottengano solo qualche obiettivo simbolico, un po' di fugace visibilità, ma che portino partecipazione, azione politica efficace?

La politica è l'arte del possibile diceva Bimarck. Però assistiamo al campo del possibile che sembra restringersi sempre più, al campo dell'ineluttabile che dilaga. La politica che sembra relegata al ruolo di far digerire l'ineluttabile, in campo economico e geopolitico. Questo provoca rassegnazione e immobilismo proprio nel momento in cui meno possiamo permettercelo in cui più abbiamo bisogno di attivare energie e di moltiplicare le forze.

Possiamo cercare di allargare l'orizzonte del possibile? Perché spesso nella storia è accaduto che chi ha creduto e inventato percorsi nuovi poi ha reso possibile ciò che prima sembrava non esserlo.

Per far questo serve una convergenza, una parola che spesso pronunciamo all'interno del mondo pacifista, della società civile eccetera. Convergenza significa organizzare una massa critica intorno ad alcune priorità, poche. E questo è un esercizio non sempre facile perché generalmente nella società civile ciascuno di noi ha già le sue battaglie, le sue priorità che talvolta vanno messe in secondo piano per fare vera convergenza. La rete FCODP è un tentativo in questo senso che cerca di far convergere il mondo pacifista in particolare su due piani, la ricostruzione del diritto internazionale e lo stop al riarmo e alla cultura di guerra dominante.

Sul tema del diritto abbiamo organizzato e stiamo organizzando iniziative con la Hind Rajab Foundation, che ha il suo focus sul principio della accountability. Non è possibile ricostruire il diritto internazionale se chi commette crimini e violazioni di ogni genere non è mai chiamato a


risponderne. Ecco che la fine del genocidio, della pulizia etnica diventa prioritaria non solo per porre fine all'annientamento progressivo di un popolo, che va avanti da troppo tempo, ma perché la fine di quell'impunità così clamorosa e inaccettabile è passaggio inevitabile per uscire dalla crisi dell'Occidente e dalla sua bancarotta morale .

Il tema del disarmo in un momento in cui scivoliamo sempre più pericolosamente verso una terza guerra mondiale “non più a pezzi” è decisivo perché collegato a tutti gli altri. I miliardi che Italia ed Europa intendono destinare al riarmo sono sottratti necessariamente a tutto il resto. Alla sanità, alla scuola, alla transizione ecologica. E ci conducono a prospettive nefaste, perché la storia insegna che il riarmo massiccio di intere nazioni ha sempre portato alla guerra. La guerra e il riarmo sono tra l'altro la più nociva forma di negazionismo climatico. Ci sono tutt'ora persone che negano la crisi climatica ed ecologica. Ma chi anche non la nega, ma propone la riconversione in senso bellico dell'economia, è ancora più pericoloso, sta negando de facto l'urgenza di una questione che può sconvolgere l'intera presenza umana sul pianeta. Perché la guerra e il riarmo, moltiplicatrici di emissioni di CO2e di ogni forma di inquinamento, comportano una accelerazione di ogni trend ambientale che vorremmo invertire. Quella “finestra che si chiude” che era il titolo dell'ultimo rapporto mondiale della IPCC sul clima, si chiude ancora più in fretta.

Io credo che la convergenza del pacifismo e dell'ecologismo debba essere una priorità e che questa pressione della società civile debba trasformarsi in una battaglia generazionale che riesca, o almeno provi, a modificare il quadro politico e geopolitico, spingendo la politica nazionale verso un collocamento diverso dell'Italia nel quadro mondiale, una ridiscussione dell'atlantismo e la collaborazione a un mondo multipolare e più democratico.

Detta così sembra impossibile, e si ritorna sconsolati alla frase di Bismarck.

 

Eppure vorrei riportarvi una storia di un piccolo paese, che a mio avviso mostra come sia possibile togliere spazio al campo dell'ineluttabile e invertire il corso della storia. Panama è il paese di mio padre, paese di cui sono cittadino e in cui ho vissuto alcuni anni. E' un paese nato nel 1903 sostanzialmente per volontà degli Stati Uniti, che ne hanno promosso la separazione dalla Colombia in cambio di una fascia di terra in cui costruire il canale interoceanico. Il trattato del 1903 prevedeva che una fascia di terra fosse per sempre territorio USA. La parola chiave del trattato era “perpetuo”. Eppure nel 1977 un leader populista, Torrijos, firma insieme al presidente Carter i trattati che cestinano il trattato del 1903 e che sanciscono il progressivo ritorno di quella terra ai panamensi, lo smantellamento delle basi e della presenza militare fino ad arrivare nel 2000 alla totale sovranità.

Quel trattato del 1977 non nasce dal caso, è l'esito di una battaglia generazionale, che ha coinvolto in particolare la generazione di mio padre, che ebbe anche dei momenti drammatici, ma che portò un piccolo paese in via di sviluppo, di meno di due milioni di abitanti, in breve tempo, a cambiare il destino scritto solo 70 anni prima.

Le basi americane che esistevano quando ero bambino sono riconvertite a uso civile, sono centri di ricerca, luoghi residenziali, centri commerciali. Le strategiche basi navali e aeree sono state riconvertite a uso civile, i quartieri dei soldati USA appartengono oggi ai panemensi che vi risiedono. I check point militari che attraversavamo quando ero bambino per raggiungere le spiagge della Zona del Canale, sono un ricordo lontano.

Ciò che un tempo poteva sembrare impossibile e dunque al di fuori dal campo della politica, è divenuto possibile quando gli studenti e la società civile prima, la politica in un secondo momento, ha saputo convergere su un obiettivo.

E l'Italia, ottava o nona economia mondiale, non è in grado di ripensare Camp Derby, Sigonella o Aviano, di proporre la sua riconversione a uso civile? Tutto questo deve rimanere per sempre fuori dall “campo del possibile” evocato da Bismarck? Dopo 80 anni non è in grado di ridiscutere la propria collocazione e la propria sudditanza? Non può essere ridiscussa l'appartenenza a una coalizione ormai non più difensiva, che minaccia persino i propri membri, si pensi al caso Danimarca Groenlandia, o al caso Spagna, che richiede loro di svenarsi per il riarmo e che con guerre illegali li espone alle ritorsioni degli avversari dell'impero, come avvenuto ai paesi del Golfo?


Io credo che uno dei percorsi fondamentali di resistenza a questo mondo distopico davanti ai nostri occhi passi da questo.

 

E' nella costruzione di un nuovo assetto che si ritrovano la rinascita del diritto internazionale, la fine dell'impunità e dei doppi standard, l'attuazione della costituzione e dell'articolo 11 oggi divenuto carta straccia, il ritorno della politica e della partecipazione, l'affrontare collettivamente le sfide del nostro tempo, a partire da quella ecologica...

E' una missione epocale ma abbiamo il dovere di provarci. Anche perché a non farlo si rischia molto di più.

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